
TradeHill, il più noto convertitore della valuta virtuale in soldi veri ha chiuso i battenti. Dopo casi di hackeraggio e le attività illegali il valore della moneta era crollato. I soldi digitali sono sicuri?
Bitcoin è nei guai ( di nuovo). La valuta virtuale peer-to-peer ideata dal misterioso Satoshi Nakamoto non sembra riuscire a risalire la china, dopo che il suo valore è crollato dal picco di 29,57 dollari per bitcoin del luglio 2011 ai 4,2 dollari attuali. Prima ci sono stati i casi di furti e hackeraggio dei portafogli virtuali di numerosi utenti; quindi, l'associazione della valuta anonima ad attività illegali come l'acquisto di droga o addirittura armi. Ma il colpo di grazia potrebbe arrivare dalle difficoltà legali cui sono sottoposti i principali broker online negli Stati Uniti.
Questi “borsini” online si occupano di scambiare i bitcoin con altre valute come il dollaro o l'euro, rendendo possibile il loro utilizzo nell'economia reale. Lo scorso lunedì, il secondo broker più grande al mondo specializzato in bitcoin, TradeHill, ha chiuso i battenti sospendendo le transazioni e restituendo i fondi a tutti i clienti. In un messaggio dal blog ufficiale del sito, il Ceo Jared Kenna spiega che TradeHill non è più in grado di operare senza un permesso ufficiale alle operazioni di trasferimento di moneta a causa di nuove e più stringenti disposizioni normative statunitensi.
La legge cui fa riferimento Kenna è probabilmente il Bank secrecy act, emesso dal governo statunitense come misura contro il riciclaggio di denaro sporco. La normativa stabilisce che tutti gli operatori statunitensi impegnati nel trasferimento di moneta devono necessariamente registrarsi presso il dipartimento del Tesoro statunitense. Sebbene l'ufficio interno del dipartimento che ha il compito di definire le operazioni in questione non si sia ancora pronunciato in merito ai Bitcoin, è evidente che l'anonimato (teoricamente) garantito dalla valuta virtuale non è conciliabile, per ora, con i rischi legati al riciclaggio.
Altri eventi circostanziali, come la perdita di una causa da 100mila dollari, hanno contribuito a determinare la chiusura di TradeHill. Questo lascia il quasi-monopolio del mercato a Mt.Gox, il principale exchange asiatico che già nel 2011 gestiva l'80% delle transazioni in Bitcoin. È inoltre possibile attendersi ulteriori complicazioni legali per gli altri operatori statunitensi, grandi o piccoli, che sperino di colmare il gap lasciato dal gigante.
Non solo: in senso lato, è possibile interpretare la legge in modo tale che tutti coloro che effettuano operazioni in Bitcoin siano obbligati a registrarsi. In un'economia peer-to-peer, basata sul “mining” da parte di tanti piccoli utenti privati, questo potrebbe implicare che chiunque abbia un portafoglio virtuale pieno di Bitcoin e voglia scambiarli con altri utenti privati debba necessariamente ottenere un'autorizzazione federale a farlo.
Ovviamente, un'interpretazione così estensiva – per quanto improbabile – assesterebbe un colpo mortale al mercato dei Bitcoin, almeno sul fronte statunitense.
Ciò che preoccupa di più nell'immediato, però, sono le ripercussioni della sospensione dell'attività di TradeHill, un singolo operatore, sul valore della valuta virtuale. Da un giorno all'altro, dopo l'annuncio della chiusura dell'exchange, i Bitcoin hanno perso il 20% del proprio valore al cambio con il dollaro. L'ennesima dimostrazione che la moneta crittografata è pericolosa in primo luogo per i suoi sostenitori più entusiastici
FONTE:http://money.wired.it/
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